lunedì 14 marzo 2011

L'infinita Gioia Di Henry Bahus.

Io non ti avrò mai
ma sento che c'è
mi sfiori
mi sento lontano come non mai
nei miei neri e blu non mi sembra di trovarti mai
ora sento che io dovrei lei vomitare
Qualcosa non va qualcosa in me
e sudi mi vedo all'inverso come non mai
nei miei neri e blu non mi sembra di trovarti mai
ora bevo in lei e mi sento più speciale
E dentro me
e dentro me aahh
io come lei
E dentro me
e dentro me aahh
io come lei
Qualcosa non va qualcosa in me
e sudi
Io non ti avrò mai
ma sento che c'è
mi sfiori
mi sento lontano come non mai
nei miei neri e blu non mi sembra di trovarti mai
ora sento che io dovrei lei vomitare
E dentro me
e dentro me aaahhh
io come lei
E dentro me
e dentro me aaahhh
io come lei                      (Verdena)

"Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli sciocchi sono sicuri di ciò che dicono". (Voltaire)

Questo pensiero di Voltaire tocca un aspetto importante della vita dell'uomo, nonchè il fondamento della vita stessa. Se si riflette un pò, infatti, ci si rende conto che la vita è un unico, grande e complicato dubbio che l'uomo non riuscirà mai a risolvere. Con ciò però non indendo porre dei limiti alle capacità conoscitive dell'uomo poichè è evidente come queste ultime sono già giunte a livelli notevoli e continueranno il loro percorso puntando sempre al meglio. Il problema sorge quando ci chiediamo se ciò di cui siamo venuti a conoscenza possa avere la nostra fiducia, se sia davvero così, o siamo caduti in errore involontariamente, o ancora se non facciamo altro che ostinarci a voler conoscere qualcosa che non ci è dato di conoscere nella sua interezza, qualcosa che va troppo al di là della nostra stessa natura di uomini, a prescindere dalle nostre capacità conoscitive. Dunque il dubbio esiste. Deve esistere. Poichè è il dubbio stesso a darci la certezza della nostra esistenza. Questo è il COGITO ERGO SUM, nucleo centrale della filosofia di Cartesio. Egli afferma che per giungere ad una conoscenza più o meno certa bisogna considerare falso, almeno momentaneamente, tutto ciò su cui è possibile porre il dubbio. E' dunque necessaria una radicale critica di tutto il sapere. Il filosofo infatti ritiene che si debba dubitare di qualsiasi conoscenza sensibile. Se i sensi ingannano qualche volta, infatti, possono farlo sempre. E' proprio nel dubbio che abbiamo la consapevolezza del pensiero, e quindi della nostra esistenza, poichè "io penso, ragiono, dubito quindi esisto". Ma esisto soltanto come essere pensante in quanto non si può essere certi nè dell'esistenza del corpo nè dell'esistenza di ciò che pensiamo: possiamo essere certi solo del nostro pensiero in quanto tale. Dunque Cartesio pone il dubbio su tutto, per lui non esistono certezze. E sono proprio queste ultime che il più delle volte mancano nella vita di ognuno. E credo che il filosofo abbia individuato proprio il nocciolo della nostra esistenza. La maggior parte degli uomini non crede che esistano certezze. E' triste, spiacevole dubitare sempre, è come essere sempre in bilico, e spesso dubitando si sbaglia. Non avere certezze, infatti, significa anche non avere fiducia in se stessi. Quelli che Voltaire definisce "sciocchi" sono proprio coloro che riescono ad avere la vita più facile, o quantomeno basata su qualche sicurezza in più poichè avere delle certezze fa apparire più determinati; non avere alcuna certezza invece significa mostrare a tutti le proprie debolezze, le proprie insicurezze. Eppure la filosofia ci porta a pensare che sia quasi impossibile il solo pensiero di avere delle certezze. Come ad esempio la filosofia di Hume, considerata dagli storici come una forma radicale di scetticismo settecentesco, secondo la quale il corso della natura cambia e l'esperienza ci può illuminare sul passato, ma non sul futuro: non è detto, infatti, che qualcosa che appartiene al passato si verificherà esattamente identica in futuro. Non c'è necessità oggettiva in ciò che conosciamo. Allo stesso modo non è detto che ciò che pensiamo di avere lo possediamo davvero e continueremo ad averlo anche nel futuro più immediato.
Inoltre non bisogna dimenticare che l'uomo può facilmente cadere in errore. Questo perchè, come ricorda Cartesio, l'intelletto umano ha i suoi limiti mentre la volontà dell'uomo è estesa e illimitata. Molto spesso infatti l'uomo, con la volontà, va oltre l'intelletto, oltre ciò che appare chiaro ed evidente. Ed è proprio il pronunciarsi su ciò che non è chiaro, su ciò di cui non si ha una conoscenza certa, che porta a cadere nell'errore. Questo può accadere sempre, ecco perchè il dubbio è necessario, anche quando fa soffrire, anche quando la certezza appare molto più dolce.
Ma avere delle certezze ha anche degli aspetti negativi. Il più delle volte l'essere troppo sicuri di ciò che poi non si rivela tale, porta a soffrire molto di più di quanto si soffrirebbe dubitando. Essere certi di qualcosa la cui stessa certezza magari si è raggiunta con fatica, e vederla poi smentita, spesso fa precipitare in baratro da cui poi è difficile risollevarsi.
Dunque non si può e non si deve mai essere assolutamente certi di qualcosa. Forse a volte illudersi di avere qualche certezza può aiutare a vivere meglio, ma bisogna sempre ritenere queste certezze illusorie solo come probabili.

domenica 6 marzo 2011

“Non possiamo vivere che una sola vita, per questo dobbiamo scegliere”. (Bergson)

Da sempre l’uomo ha tentato di dare un ordine alla propria vita tramite le scelte. E in effetti è così. Ogni istante è tale proprio perché caratterizzato da una scelta. Essa si pone come necessità nei confronti della vita e dunque è condizione della vita stessa. Una vita priva di scelte non può esistere. Le possibilità che entrano a costituire la stessa esistenza umana, e quindi le alternative cui ci troviamo di fronte, sono infinite e questo può avere su di noi un effetto paralizzante. Lo stesso Kierkegaard di fronte a ogni alternativa si è sentito paralizzato ed ha conservato la sua esistenza al punto zero, ovvero nell’indecisione perenne. Tutti noi, come Kierkegaard, più di una volta ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di scegliere. Le cause di questa difficoltà sono diverse.  La realtà in cui viviamo, infatti, presenta mille sfaccettature diverse, e la contraddizione è uno dei suoi caratteri peculiari. Ma noi uomini, tra queste mille possibilità che la vita ci offre, possiamo davvero scegliere? Il più delle volte le scelte che si compiono non derivano direttamente dalla spontaneità e dalla soggettività di ognuno ma sono scelte condizionate da ciò che pensano gli altri, in particolare da “ciò che pensa la società”, proprio perché appare connaturata nell’uomo la tendenza ad imprigionare la realtà che, secondo Pirandello, non è un cosmo ordinato, ma un fluire continuo,  in forme stabili. Questa realtà in cui ci troviamo catapultati continua però a scorrere, al di là delle costruzioni fittizie che gli sovrapponiamo.

“…Perché una realtà non ci fu data e non c’è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile”
Pirandello, Il turno

Quest’affascinante concezione della realtà che sta alla base dell’arte pirandelliana è condivisa dall’ultimo grande filosofo dell’età moderna: Nietzesche. Egli distingue tra apollineo e dionisiaco, indicandoli come due impulsi di base dello spirito umano. L’apollineo che scaturisce da un atteggiamento di fuga di fronte al divenire consiste nel tentativo di sublimare il caos nella forma; il dionisiaco che scaturisce dalla partecipazione al divenire stesso consiste nell’entusiastica accettazione della vita così com’è, nella globalità dei suoi aspetti. Per Nietzesche dunque la vita è dolore, lotta, distruzione, crudeltà, incertezza, errore e la vita pone ancora una volta l’uomo di fronte a due opposte alternative tra le quali egli è costretto a scegliere, l’apollineo e il dionisiaco appunto.
Le scelte che noi compiamo sono però sempre conformi alla realtà che stiamo vivendo tant’è che il filosofo positivista Hyppolyte Taine, di origine inglese, afferma che l’uomo è il prodotto di tre fattori, “la race” (la razza), “le milieu” (l’ambiente), e “le moment” (la pressione del passato sul presente), sottolineando così l’influenza dell’ambiente sul carattere e sui comportamenti umani.
L’uomo è quindi un essere alienato. L’alienazione infatti è la sensazione di estraneità dell’individuo rispetto alla realtà che vive.

“…Squallidi processi quotidiani con giudizi sommari in cui sei condannato a un’esistenza formale d’ andamento normale…”
Negrita, Alienato

Questa è la “trappola” di cui parla Pirandello, una “trappola” sociale che diviene metafora di una “trappola” metafisica la quale mortifica la mobilità della vita. Essa costituisce quindi un vero e proprio limite a quello che dovrebbe essere “l’abbandono gioioso al fluire mutevole della vita”.

Questa situazione di alienazione spesso però provoca la reazione dell’uomo: una ribellione alla forma, un’improvvisa follìa. Con questo attimo di follìa l’uomo prende coscienza della vera natura della realtà, si ribella, rifiuta le norme sociali per poi tornare però nei limiti del meccanismo. Ma questa volta però potrà sopportare la meccanicità della “forma”. Un attimo di evasione, di tanto in tanto, consentirà quindi all’uomo di sostenere il peso delle “forme” sociali che lo imprigionano, avrà una funzione consolatoria e diventerà consapevole della “trappola” in cui vive: poi potrà tornare direttamente all’ordine.
Dunque in conclusione come Nietzesche ci propone la scelta tra apollineo e dionisiaco, parallelamente Pirandello ci propone quella tra la “trappola” e il “fluire della vita” affermando che l’uomo, pur andando incontro ad attimi di follìa che gli permettono di divenire cosciente della vita e dell’assenza di un ordine della realtà,  alla fine ritornerà sempre all’ordine poiché esso, in quanto determinato da scelte necessarie, è a sua volta condizione necessaria dell’essere stesso dell’uomo. Egli ritornerà sempre e comunque ad esso senza del quale proverebbe una sensazione di angoscia e di dispersione.


“Fuori da quelle particolarità, lieti o tristi che siano, per cui noi siamo noi, non è possibile vivere”
Pirandello, Il fu Mattia Pascal



L’importante è quindi scegliere senza lasciarsi abbagliare da possibilità illusorie, dai miti della nostra società caratterizzata dall’effimero, dallo spettacolo, dall’esibizione e dalla superficie delle cose.




“…la forma che mi son fatta, creda, non corrisponde per nulla alla mia vera natura: sembro a tutti un prepotente, perché non ammetto prepotenze né dai miei simili, né dai pregiudizi del paese, né dalle abitudini che ciascun uomo tende a contrarre; […] sembro, per conseguenza, anche strano, solo perché voglio esser libero, in mezzo a tanta gente che è schiava o di se stessa o degli altri”
Pirandello, Il turno